Celestine Freinet

Nella prima metà del novecento il pensiero pedagogico francese si arricchisce ulteriormente grazie al contributo di un maestro del sud della Francia, Celestine Freinet, (1896-1966) il quale si discosta dalle scuole nuove dando origine ad una pedagogia popolare laica, impegnata a riscattare socialmente la classe operaia.

Célestin Freinet nasce in una famiglia contadina della Provenza nel 1896. Apprende molto velocemente e mostra una grande curiosità ad imparare tutto ciò che gli è insegnato. La guerra interrompe i suoi progetti, viene arruolato nell'esercito francese e resta ferito gravemente. Diventa un convinto pacifista e con questa nuova visione della vita, più sensibile allo sguardo della sofferenza e alla fragilità della condizione umana, cerca di ricostruire la sua carriera d'insegnante.
Nel 1919 ottiene un posto di lavoro in una scuola del piccolo villaggio. È durante quest'esperienza che Freinet getta le basi delle sue sperimentazioni pedagogiche innovative.
Nel 1923 riprende gli studi e si laurea in lettere ma rifiuta una cattedra in una scuola superiore e apre, a Saint-Paul, l'École Freinet.
Durante la seconda guerra mondiale viene internato nel campo di Saint-Maximin e la sua scuola viene chiusa. È proprio durante il periodo di prigionia che elabora e scrive le sue opere maggiori che termina una volta liberato.
Nel 1961 viene fondata la Féderation Internationale des Mouvements de l'École Moderne (FIMEM) con lo scopo di coordinare gli aderenti ai metodi pedagogici di Freinet.
Freinet muore a Saint-Paul de Vence, l'8 ottobre 1966.

L'attualità del suo pensiero sta nella sua ricerca di tecniche per ristabilire il circuito di un corretto apprendimento, tra le vite e le esperienze di tutti i soggetti coinvolti nel processo formativo. Il rifiuto del verbalismo, della lezione come unico strumento di azione didattica, la ricerca di un continuo e proficuo scambio di esperienze tra i soggetti, spinsero Freinet alla ricerca di una strumentazione per modificare le condizioni di vita nella scuola, per creare un clima diverso, per migliorare i rapporti, per rendere più efficace tutto il processo educativo.

La scuola deve andare di pari passo con la vita, deve sviluppare nell'allievo le capacità di inserirsi in un ambiente socio-politico che richiede ai propri cittadini consapevolezza di diritti e doveri.
Trasformò la scuola in una piccola comunità, all'interno della quale erano presenti: una costante cooperazione tra insegnanti e tra alunni ed insegnanti; laboratori sia per lavori manuali che per attività intellettuali in cui le attività venivano supportate da alcune tecniche come il testo libero, la tipografia, la corrispondenza interscolastica, il calcolo vivente e lo schedario autocorrettivo. L'esperienza concreta deve diventare spunto per lezioni di storia, geografia e calcolo in modo da far così aumentare negli allievi, la motivazione e l'interesse ad apprendere.
Dopo essersi laureato Freinet iniziò a partecipare a convegni dove conobbe Ferrière (1), Claparède (2) e Cousinet (3) tutti pedagogisti. Quest'ultimi seguivano il movimento della scuola attiva, il quale conduceva un discorso innovativo sulla ricerca nei metodi, nella didattica, avvalendosi della sperimentazione scientifica e rivolgendosi a ceti sociali più vasti. Da queste idee vengono create, sparse per tutta l'Europa, istituzioni private chiamate scuole nuove. I loro intenti erano riformistici rispetto alle scuole tradizionali, ma erano rivolte prevalentemente ad una ristretta élite di privilegiati. Il principio della scuola attiva è la legge del bisogno o dell'interesse. L'attività umana è sempre suscitata da un bisogno. Nel fanciullo uno dei suoi principali bisogni è il gioco, è proprio questo lo strumento di mediazione tra la vita dello scolaro ed il programma scolastico, l'elemento che potrà conciliare la scuola con la vita. L'obiettivo era di realizzare una scuola di vita nella quale si formavano attitudini sociali e comportamenti positivi di reciprocità. La scuola doveva assomigliare ad un laboratorio, dove ognuno è impegnato a produrre la sua ricerca secondo un interesse collettivo ed uno spirito di cooperazione. Il sapere al servizio dell'azione.

Le tappe fondamentali del processo educativo della Scuola Attiva sono:
1) risvegliarsi di un bisogno, di un interesse, di un desiderio: mettendo lo scolaro nella situazione adatta a suscitare questo bisogno.
2) sviluppo dell'azione: con attività atte a soddisfare il bisogno del fanciullo.
3) apprendimento di conoscenze: attraverso il controllo dell'azione stessa, per condurla al fine che l'insegnante si era proposto.
Freinet coglie di questa visione l'ispirazione di fondo ma la trova troppo teorica e «sterilizzata», troppo legata a un'immagine dell'infanzia che non fa differenza fra il bambino benestante di città e quello povero e scalzo di molti paesini sperduti nella campagna.
Partendo da queste nuove visioni pedagogiche Freinet viene influenzato dalle teorie marxiste sulla società, dalle quali era molto affascinato; basando il suo modello sulla contrapposizione della libertà del fanciullo all'autorità del maestro. Fondamentalmente il suo pensiero è una denuncia del sistema educativo borghese capitalista che, secondo lui, “ha bisogno di materiale umano appositamente educato a servire i suoi interessi (...) offrire una cultura che produce profitto capitalista: ecco le caratteristiche dell'attuale scuola capitalista. ”
Infatti, con l'evolversi della società attraverso la rivoluzione industriale, sono evoluti ed aumentati i concetti scientifici da conoscere dovuti alle nuove scoperte scientifiche che “sono servite alla società nella misura in cui hanno dato un più ampio respiro al capitalismo.” Ma, allo stesso tempo “hanno ipnotizzato la scuola con la crescente massa di nozioni da imparare”.
“La stessa pedagogia, invece di essere la scienza della formazione dell'uomo, è stata per molto tempo lo studio dei metodi più idonei a consentire e facilitare l'acquisizione del maggior numero possibile di nozioni”. Freinet addirittura parla di “imbottimento di crani”.
Nel suo scritto, “Verso la scuola del proletariato, ultima tappa della scuola capitalista” del 1924, Freinet fa riferimento anche a grandi pedagoghi dell'800 che si sono prodigati per il miglioramento del sistema scolastico ed educativo: Rousseau (4) e Pestalozzi.
Secondo Freinet però, le idee dei due pensatori sono state plasmate a dovere dalle correnti capitalistiche affinché le teorie rivoluzionarie tornassero ancora utili ai padroni borghesi. Freinet denuncia tutto questo, il distacco dalla dimensione umana individuando nel “disamore generale nei confronti del lavoro”, nell'avarizia del capitalismo e nel “disordine del capitalismo” le ragioni più nascoste che uccidono la scuola conducendola alla decadenza, soggiogata completamente ai voleri dei padroni.
Quindi “...si può facilmente comprendere quanto sia pericolosa un'istruzione che ostacoli il progresso umano; si può capire che non è più sufficiente sviluppare, migliorare, riformarel'insegnamento, bisogna trasformarlo, (...) bisogna rivoluzionarlo”.
Freinet invita dunque i lavoratori a ristabilire l'ordine sociale anche nella scuola, a renderla più libera e umana.”. “La scuola attuale è figlia e schiava del capitalismo. All'ordine deve necessariamente corrispondere un orientamento nuovo della scuola del proletariato.”.

Il pensiero pedagogico di Freinet: la pedagogia popolare
La pedagogia di Freinet parte da una riflessione sui sistemi educativi precedenti: nel medioevo i mestieri erano tramandati da padre in figlio, anche fra i ricchi l'istruzione era basata in particolare sulla pratica (guerra, mondanità, rapporti sociali, ecc).
Più tardi è stata la religione ad interessarsi dell'educazione, creando istituti in cui l'obbiettivo ultimo era la cristianizzazione del popolo. Con la rivoluzione industriale la scuola si prefigge di impartire nozioni, da acquisire in maniera acritica, per favorire il progresso scientifico. Freinet propone quindi una pedagogia che segue la sete di sapere del popolo, gli interessi i desideri genuini della gente, senza volerli sostituire con altri interessi esterni (religione, mercato o quant'altro). L'esempio più famoso per spiegare il pensiero pedagogico di Freinet, è quello del cavallo che, fino a quando non sentirà lo stimolo della sete, non sarà possibile obbligarlo ad abbeverarsi

Fondamentalmente il suo pensiero si concretizza in tre nuove “tecniche” pedagogiche (strumenti operativi concreti in contrapposizione all'astrazione del metodo educativo classico).
1. Il testo libero: si contrappone al tradizionale componimento in cui l'allievo è costretto a scrivere di un tema deciso dall'insegnante, per imparare ad esprimersi correttamente su temi a lui più vicini, con tempi e modalità che sono in larga parte lasciata ai desideri dello studente che, però non è mai lasciato solo, ma è ispirato e accompagnato attraverso tentativi e sperimentazione.
2. Il giornale scolastico: (o libro di vita) è l'evoluzione del testo libero, una raccolta di contributi dei singoli, rielaborati collettivamente, stampato dalla “tipografia scolastica”, con l'obbiettivo di fondere apprendimento, lavoro, creatività, attività manuale ed intellettuale.
3. Il calcolo vivente: stimola l'esercizio matematico ed aritmetico partendo dalla necessità di risolvere problemi concreti legati, per esempio, alla tipografia scolastica, invece che proporre “problemi” con pochi legami con la realtà degli studenti.

Queste tecniche, combinate in maniera diversa possono far nascere tutta una serie di altre proposte didattiche, a titolo di esempio citiamo alcune proposte di Freinet:
1. La corrispondenza interscolastica: contatti epistolari fra studenti di scuole diverse, per rompere l'isolamento culturale e sociale degli studenti di campagna e per fornire stimoli alla stesura di nuovi “testi liberi” che abbiano un'utilità evidente.
2. Le biblioteche del lavoro o schedari di classe: mettendo a disposizione molti materiali diversi a libero accesso degli allievi Freinet crea una vera e propria biblioteca destinata ad arricchirsi continuamente. Una sorta di enciclopedia infantile autoprodotta.
3. Gli schedari autocorrettivi: schede che permettono all'allievo di controllare in maniera autonoma i propri errori liberando il maestro e i ragazzi da momenti sterili e poco proficui di correzione e valutazione.
4. Le scatole di lavoro: con esperimenti o laboratori di attività manuali (dalla coltivazione di piante, ai lavori al telaio passando per la cura di animali più o meno domestici) a disposizione della curiosità degli allievi.
5. I piani di lavoro: nella scuola di Freinet, invece che incasellare lo svolgersi delle lezioni in tabelle strutturate e piani di lavoro rigidi e ritenuti inadatti, i piani sono preparati in maniera collettiva da studenti e docenti. Si suddividono in: piani generali (le attività funzionali legati ai centri di interesse dell'allievo), piani annuali (riportano tutto ciò che è necessario imparare entro la fine dell'anno, senza specificarne l'ordine che è stabilito secondo l'interesse del singolo) e piani settimanali (che organizzano il lavoro della settimana).

In generale la pedagogia popolare vuole impegnare attivamente gli studenti con attività per cui si ha una forte motivazione, con l'idea che le attività su cui si ripongono più interessi sono quelle cha fanno apprendere di più. L'aspetto comunicativo e cooperativo sono indispensabili al modello di Freinet, mentre sono evitati libri, schemi fissi e programmi troppo strutturati.
Lo studente nella visione di Freinet non solo doveva avere un ruolo attivo, ma doveva essere un elemento vivo e naturale che interagiva in prima persona nel processo di acquisizione del sapere. La classe doveva essere inserita ed integrata nella vita della famiglia e del villaggio, cercando di non separare la scuola dal resto della società, cercando di superare la barriera che divideva la scuola dalla vita reale.

La pedagogia di Freinet fu ripresa in Italia nel 1951 da un gruppo di insegnanti primari e secondari, che prese il nome di Cooperativa della Tipografia a scuola, con lo scopo di diffondere gli strumenti per le tecniche Freinet. Dopo qualche anno però si trasformò nel Movimento di Cooperazione Educativa, occasione d'incontro e confronto fra esperienze didattiche comunque innovative.
vedi articolo

(1) Adolphe Ferrière
Psicologo e pedagogista (Ginevra 1879 - ivi 1960). Fondatore nel 1899 e direttore fino al 1925 del Bureau international des ecoles nouvelles (Ufficio internazionale delle scuole nuove); professore (1912-22) all'Istituto J.-J. Rousseau, nel 1921 uno dei tre fondatori della Ligue internationale pour l'education nouvelle (Lega internazionale delle scuole nuove). Ferrière fu mediatore ed interprete delle diverse concezioni che avevano ispirato i movimenti delle “scuole nuove”. Considerato il bambino come essere attivo che ricostruisce le tappe dell'evoluzione dell'umanità, Ferrière finisce per far coincidere questa evoluzione con una progressiva conquista delle «leggi dello spirito» e della «ragione universale». Tale processo acquista in lui un valore ed un significato sempre più spiccatamente religioso e questo da al suo pensiero, nelle ultime fasi della vita, un orientamento spiritualistico e di sostanziale adesione anche alla religione rivelata.

(2) Edouard Claparède (Ginevra 1873-1940), psicologo e psicopedagogista svizzero. Laureatosi in medicina, fondò nel 1912 l' “Istituto di scienze dell'educazione J.J. Rousseau”. Caposcuola della pedagogia sperimentale, sostenne la diffusione di metodi e tecniche che avessero al centro gli 'interessi' del bambino. Dal 1915 professore ordinario di psicologia nell'Università di Ginevra, Claparède fu uno dei maggiori esponenti europei del funzionalismo, l'indirizzo di ricerca avviato negli Stati Uniti da John Dewey.

3) Roger Cousinet: pedagogista ed educatore francese (1881-1973). Il suo metodo prevede la formazione di gruppi di lavoro, creati in risposta agli stimoli dell'interesse, in cui le materie di insegnamento si trasformano in attività libere: attività di creazione (lavoro manuale in genere) e di conoscenza (lavoro storico, geografico, linguistico, ecc.).

(4) Jean Jaques Rousseau (1712-1778): nacque a Ginevra. Fu esponente di spicco dell'illuminismo, considerato sia come ispiratore della Rivoluzione francese, sia come teorico del ritorno ad un'innocenza primitiva, fu senz'altro il fondatore della pedagogia moderna (l'Emilio) e per certi versi precursore del romanticismo (dove teorizza la voce del cuore, del sentimento, come guida che porta sempre al bene senza possibilità di errore).

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