Don Lorenzo Milani

Don Lorenzo Milani è stato il fondatore e l'animatore della famosa scuola di Sant'Andrea di Barbiana, il primo tentativo di scuola a tempo pieno espressamente rivolto alle classi popolari.


La sua figura ha rappresentato, in questo secolo, un momento di riflessione dell'uomo su se stesso. I valori e il potere della lingua, appresa e assimilata dentro una "scuola del reale", quale fu per lui l'ambiente familiare, lo portò a credere che solo la parità culturale avrebbe dato dignità all'uomo, per natura artista e creativo.
Lorenzo Milani contrappose alla ricerca del benessere economico, della riuscita scolastica o professionale quello che per lui sarà il massimo delle aspirazioni: il piacere di sapere per non essere subalterni.
E' un Dio immanente, quello in cui Lorenzo crede. Un Dio che interagisce con la storia delle sue creature. Una fede che ha riscoperto il grande valore delle culture "subalterne".
A lungo frainteso e ostacolato dalle autorità scolastiche e anche da una parte di quelle religiose, don Milani è stato una delle personalità più significative del dibattito culturale del dopoguerra e la sua vita rappresenta ancora oggi una grande testimonianza di fedeltà nelle sua scelta di essere dalla parte degli ultimi.
Nel libro "Lettera ad una professoressa", giunge a rivoluzionare completamente il ruolo di educatore, denunciando la natura classista dell'istituzione scolastica italiana e proponendo nuovi obiettivi e nuovi strumenti che potessero concretamente andare incontro ai bisogni dei ceti meno privilegiati.
Una delle scelte più forti di Don Milani fu quella di usare come unico mezzo di comunicazione le lettere inviate non solo a conoscenti ma anche a riviste e giornali.
Nello scrivere testi come "Lettera ad una professoressa" fece la scelta di scrivere non lui ma di far scrivere ai ragazzi e questo non certo solo per evitare la censura ecclesiastica.

 

La vita
Lorenzo nacque in epoca fascista (1923) da una famiglia laica, di raffinati interessi culturali che viveva tranquillamente di rendita. A Milano, dove si trasferì per lavoro la sua famiglia, passò l' infanzia e l'adolescenza.
Vivere eventi storici, quali quelli avvenuti tra le due grandi guerre e aver, in prima persona, sperimentato le complicità del potere politico con gli orrori del nazifascismo, consentì a Lorenzo di analizzare, con lucidità e sensibilità particolari, i meccanismi che sostengono il potere politico ed economico.
Della formazione ricevuta nella scuola pubblica fascista dirà nella Lettera ai Giudici: "Ci presentavano l'Impero come una gloria della Patria! Avevo 13 anni. Mi par oggi. Saltavo di gioia per l'Impero. I nostri maestri s'erano dimenticati di dirci che gli Etiopici erano migliori di noi. Che andavamo a bruciare le loro capanne con dentro le loro donne e i loro bambini mentre loro non ci avevano fatto nulla. Quella scuola vile, consciamente o inconsciamente non so, preparava gli orrori di tre anni dopo. Preparava milioni di soldati obbedienti. Obbedienti agli ordini di Mussolini. Anzi, per essere più precisi, obbedienti agli ordini di Hitler. Cinquanta milioni di morti."
Nel '37, Lorenzo chiese, tra lo stupore della famiglia, di ricevere la prima comunione.
All'età di 20 anni, l'8 novembre 1943, abbandonò il colto mondo borghese a cui apparteneva e entrò nel seminario di Cestello in Oltrarno. Da allora sarà obbediente e ribelle a una Chiesa che lo avvicinerà agli strati più poveri della società.
 

Nel dicembre del 1954 Don Milani venne nominato priore della chiesa di S.Andrea a Barbiana, una piccolissima parrocchia sul monte Giovi, nel territorio del comune di Vicchio del Mugello. La chiesa del '300 e la canonica, situate a 475 metri di altitudine sopra il vasto paesaggio della valle della Sieve, erano, e lo sono ancora, circondate da poche case e dal minuscolo cimitero. Era una località irraggiungibile da automezzi perché non vi era ancora la strada ed era abitata solo da cento contadini che resistevano all'esodo verso la città.
Il giorno dopo il suo arrivo, raggruppò i ragazzi in una scuola. Li liberò subito dalla passività e li rese responsabili. In questa scelta si fonderanno la pedagogia e la pastorale, il prete e la scuola.
L'impatto con la cultura contadina e l'analfabetismo dei montanari maturerà e radicalizzerà in lui la necessità di dare più centralità alla scuola.

Per pochi ragazzi, semianalfabeti, figli di pecorai e contadini oppure orfani, aprì una scuola che iniziava alle 8 del mattino e terminava alla sera. Una scuola che non conosceva vacanze e che rifiutava le metodologie e le tecniche d'insegnamento nozionistico e trasmissivo.
I suoi progetti di riforma scolastica e la sua difesa della libertà di coscienza, anche nei confronti del servizio militare, compaiono nelle opere "Esperienze pastorali", "Lettera a una professoressa" e "L'obbedienza non è più una virtù "(questi ultimi due testi scritti insieme con i suoi ragazzi di Barbiana), nonché una serie importantissima di lettere e articoli.

Nel 1965 fu portato in tribunale, accusato per apologia di reato, per la "lettera ai cappellani militari" in congedo. La sua autodifesa, la "lettera ai giudici", sono tra le pagine più belle della sua letteratura.
 
"Lettera a una professoressa "
è il risultato di un anno di attività a Barbiana, con un maestro ormai nel pieno della sua maturità. Il maestro Milani trasforma il giornale in materia scolastica. Trasforma, in ricerca e produzione di materiale didattico, il lavoro d'équipe, da lui diretto, svolto con i ragazzi, gli abitanti e i numerosi visitatori.
Una grande rivoluzione culturale, didattica e pedagogica che rifiuta l'indifferenza, la passività negativa e motiva fortemente l'allievo. Un libro, che pur essendo all'interno di quel grande movimento trasformativo quale fu il '68 italiano, andava oltre e avrà validità fino a che esisteranno sacche di povertà e selezione. Un libro che crede nell'evolversi della storia e obbliga l'educatore a usare un metodo formativo aderendo al mondo dell'allievo. il maestro "dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualcosa e così l'umanità va avanti ".

L'esperienza di Barbiana, non è ripetibile, infatti più che una scuola, fu una comunità.

Nel dicembre del '60 si manifestarono i sintomi del linfogranuloma e della leucemia. Moreìin casa della madre il 24 giugno 1967 all'età di 44 anni.

  • Se vuoi leggere un brano di "lettera ad una professoressa", clicca qui
  • Se vuoi leggere il testo "L'obbedienza non e' piu' una virtu' ", clicca qui
  • Se vuoi leggere la lettera di don Milani "Università e pecore", clicca qui

 

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