Mario Comoglio

LA PROFESSIONALITÀ DOCENTE NELLA SCUOLA DEL XXI° SECOLO
Intervento del prof. Mario Comoglio, docente di didattica all'Università Salesiana di Roma, ha passato anni di studio e di esperienza negli Stati Uniti. E' autore di diversi testi fondamentali per chi si accosta all'apprendimento cooperativo.

Innanzitutto un saluto a tutti.
Nel momento in cui sentivo raccontare la storia da Norm Green, ho ripensato a quella che poteva essere la nostra storia. Ricordo quando, forse quattro anni fa, abbiamo cominciato a Torino il primo corso di cooperative learning. Eravamo un gruppo molto sparuto: credo che arrivassimo a trenta persone, non di più e abbiamo svolto il corso all’Oasi di Cavoretto. Da quelle trenta persone di allora, adesso siamo tanti: il che vuol dire che, in questi anni, si è fatto molto lavoro, nonostante le difficoltà, nonostante i molti problemi che conosciamo e quelli che ci sono venuti da contesti politici o altre cose del genere.
La riunione di oggi rappresenta per me una grande speranza, una grande possibilità di innovazione che stiamo costruendo e che è la base per fare quello che Green ha detto: “credere in noi stessi per poter cambiare”. Fare questo è un grande miracolo.

L’argomento che mi è stato chiesto di sviluppare cercherà di descrivere e definire l’insegnante del XXI° secolo. Per riuscire a descriverlo, ho pensato di contrapporlo ad una sorta di identikit di insegnanti che nell’arco di un secolo si sono succeduti.

Mi scuserete se risulto approssimativo, ma ho cercato di sottolineare gli elementi più significativi. La nostra scuola si è inizialmente fondata su un insegnante molto ben preparato nei contenuti. Il buon insegnante era quello che sapeva spiegare molto bene, che era chiaro e molto aggiornato nella conoscenza della sua disciplina, che possedeva anche delle buone capacità di rapporto, nonché una carica umana che riusciva a trasmettere ai suoi allievi. Il programma che insegnava s’integrava bene con tutte le discipline dei colleghi perché esisteva un programma definito per tutti e l’insegnamento era strutturato, grosso modo, sul modello “tayloristico”: “suddividere il lavoro in parti, in modo che le piccole parti producano il tutto”. In un qualche modo si riproduceva, nel mondo della scuola, la catena di montaggio del mondo dell’industria: ognuno faceva quello che doveva fare, con compiti ben stabiliti e risultati da ottenere. Si credeva che, se ognuno avesse fatto quello che doveva fare, il prodotto sarebbe venuto fuori ben fatto. Non c’era un grande bisogno di collaborazione da parte degli insegnanti perché il programma era già suddiviso in modo collaborativo.
Tutto questo s’integrava anche con una particolare concezione. Dobbiamo collegare il ruolo dell’insegnante alla società e al contesto del suo tempo. Esisteva allora un concetto di apprendimento segnato dalla riproduttività di ciò che l’insegnante aveva fatto o detto. Tutti i ragazzi venivano interrogati all’esame su ciò che era il programma e il programma era ciò che era stato insegnato dall’insegnante. La cultura del tempo era prevalentemente verbale e l’apprendimento era prevalentemente da testo scritto. Il buon studente era quello che sapeva leggere e imparare dai libri, memorizzare cioè e schematizzare bene ciò che era scritto nei libri.
L’insegnante ricopriva anche una posizione sociale particolare: era una delle poche persone molto istruite e, come tale, era stimato riconosciuto da genitori e allievi.
Un tipo di scuola del genere era favorito da una struttura scolastica selettiva, per cui un insegnante che insegnava in un certo modo, aveva anche un pubblico adatto a quel suo modo d’insegnare.

Questo modo è andato cambiando intorno agli anni ’70 e ’90. Probabilmente sotto il grande influsso della psicologia cognitivista, le difficoltà dell’insegnante ad insegnare sono state risolte, cercando di conferirgli la capacità di insegnare le procedure più che le conoscenze.
Con lo sviluppo della televisione e di un tipo di cultura anche visiva, l’insegnante si è trovato in difficoltà a dovere insegnare solo parlando. Ma forse, poteva ritrovare i risultati, trasmettendo ai ragazzi le capacità per riuscire ad imparare. Sono famosi e diffusi, ancora adesso, molti libri che insegnano a leggere, a risolvere i problemi, ad applicare strategie diverse sui contenuti cognitivi. L’insegnante ha, cioè, perso competenze nella disciplina, per diventare una persona che sa insegnare come s’impara, più che insegnare ad apprendere ciò che si deve sapere.
Tutto questo è stato anche facilitato da una cultura che vedeva l’inizio della perdita del valore delle conoscenze e richiedeva all’insegnante di trovare la strada per arrivare, più che dire come arrivare. Basta ricordare come, intorno a quegli anni, si considerasse il ritardo mentale. Il ritardo mentale veniva giudicato come una mancanza di abilità procedurali cognitive rispetto alle conoscenzestesse.
Intorno all’insegnante, anche la società cambiava e il suo cambiamento era dovuto, da una parte all’accesso in massa alla scuola, dall’altra alla possibilità per molti di accedere all’università. L’insegnante ha così cominciato a perdere il suo ruolo e status sociale. Egli non era più “il” solo laureato, ma i genitori dei figli, per esempio, erano anch’essi laureati. Spesso, inoltre, vi è stata una svalutazione del laureato. L’insegnante è caduto dal suo status sociale per diventare uno che lavorava, grosso modo, come tutti, avendo una particolare qualifica universitaria che non era molto diversa da quella che altri possedevano e svolgevano un ruolo sociale molto comune.
Tutto ciò ha fatto sì che, all’interno della scuola, l’insegnante perdesse una posizione di rilievo suggerita dal voler cambiare lo stile d’insegnamento che aveva lui stesso ricevuto. Per cui, da una posizione d’autorità è passato ad un rapporto molto paritario con gli studenti. Possiamo collocare in questo tempo, da un punto di vista semiotico, i primi cambiamenti della posizione elevata della cattedra. È un segno dell’insegnante che scende per essere vicino allo studente.

Il momento successivo che possiamo qualificare più vicino a noi, è stato un po’ il cambiamento globale, una grande mareggiata, un terremoto o un maremoto che ha travolto tutto.
L’abbassamento e la perdita di status di fronte ai ragazzi e ai genitori ha significato un abbassamento generale di potere. È cambiata enormemente la quantità di conoscenza - e la conoscenza velocemente diventa obsoleta. Molti insegnanti sono finiti nel dubbio di cosa fare.
L’insegnante si è trovato nella situazione di non sapere più cosa insegnare, come insegnare, come trovare strumenti per vincere la superficialità dei ragazzi; si è, cioè, trovato sconvolto da nuove fonti e modalità di apprendimento dei ragazzi. I ragazzi imparavano dappertutto, fuorché a scuola e l’insegnante si è chiesto che cosa fare. Questo è stato il grande travaglio del nuovo insegnante. È in questa situazione che siamo arrivati verso la fine del secolo.

Da questo punto si aprono delle nuove prospettive, sviluppi o possibilità che possiamo intravedere nel futuro. È chiaro che oggi non si può neppure più definire quale sia la professionalità dell’insegnante. Molte volte, qualcuno afferma che l’insegnante è un professionista. Oggi sono molti gli autori che mettono in dubbio che l’insegnante sia un professionista, come abitualmente se ne parla nella società o nel mondo delle attività economiche: non tanto perché l’insegnante non abbia una professionalità, ma perché non possiede una professionalità paragonabile a quella cui spesso si fa riferimento. La professionalità dice ciò che uno deve sapere, quali sono i limiti entro cui opera e come essere preparato per i limiti e gli ambiti in cui opera. Prendiamo ad esempio l’architetto: fa parte della sua professionalità il fare case o cose di questo genere ed è molto ben definito. Anche il medico è molto ben definito (la cura delle malattie), e così anche lo psicologo nella sua professionalità. Non si sa più, invece, che cosa deve fare l’insegnante. Tali e diverse sono le situazioni e le occasioni di lavoro, che egli deve sapere di tutto e ciò che sa, può essere insufficiente da un momento all’altro.
Abbiamo visto, in questi anni, moltiplicarsi i bisogni di abilità che deve avere un insegnante, perché le classi sono eterogenee. Puoi infatti avere di fronte l’iperattivo, il ritardato mentale, il portatore di handicap, quello che viene da una famiglia di un certo tipo, quello che viene da un’altra. E la classe che hai quest’anno, sulla quale puoi organizzare e precisare la tua professionalità, può essere totalmente diversa l’anno successivo.

Tutto questo ha certamente creato molti problemi, ma al tempo stesso, penso che la riflessione di questi anni abbia rappresentato un grosso apporto per cercare di definire una nuova figura di insegnante.
In questi anni si sono infatti moltiplicate, forse come non mai, le risorse scientifiche cui fare riferimento per la risoluzione di problemi. Questo non significa che si conoscano tutte, ma ce ne sono a disposizione tantissime. Solo per citarne alcune molto immediate e forse più conosciute, pensiamo al cooperative learning e alle strategie che il cooperative learning suggerisce per risolvere molti problemi didattici. Pensiamo a tutto ciò che fa riferimento alle intelligenze multiple, alle teorie sull’intelligenza condivisa o alla riflessione fatta sulla cognizione situata, a tutta la teoria che deriva dal costruttivismo per implementare, in un modo diverso, l’insegnamento. Esiste cioè una grande quantità di teorie a cui fare riferimento per problemi specifici, come esistono altre metodologie per risolvere un grossissimo problema che è quello di dare significatività all’insegnamento.
Chi di voi insegna, s’accorgerà senz’altro e avrà esperienza, di come i ragazzi non siano interessati a ciò a cui, invece, l’insegnante è interessato.
Alcuni insegnanti mi dicono che, insegnar ai ragazzi del liceo, non è facile. Ti chiedono continuamente: “ ma perché devo imparare le declinazioni o il greco?”. Qualsiasi materia che s’insegni, ha per i ragazzi un grosso ostacolo: la significatività di ciò che viene appreso. La significatività è il riuscire a dare significato a ciò che viene appreso ed è una delle grosse sfide che l’insegnante ha di fronte, perché non basta che, per me insegnante, sia significativo qualcosa, se non lo diventa anche per i ragazzi. Viceversa, il mio lavoro è pressoché fallimentare.

Esistono oggi tecniche e strategie per rendere e programmare in modo significativo l’apprendimento. L’insegnante, perso il ruolo principale di colui che spiega, dovrebbe assumere quello di sapere creare ambienti ricchi di apprendimento. Passato il tempo nel quale si era sicuri che il ragazzo ascoltava, studiava, capiva ciò che gli si spiegava, si è scoperto, come diceva Green prima, che s’impara facendo. Non è esattamente l’espressione di Dewey, ma vi si avvicina: s’impara perché si fa qualcosa su ciò che si deve imparare e, solo dal fare qualcosa, si produce un apprendimento.
L’insegnante non dev’essere più soltanto quello che spiega, ma quello che sa mettere i ragazzi nelle condizioni di fare le cose che devono imparare, presumendo e intuendo che, da ciò che faranno, impareranno il significato di ciò che debbono apprendere. Per questo, il ragazzo dev’essere estremamente responsabilizzato.
C’è stata un’epoca, che io chiamo di “insegnamento materno” dell’insegnante, nella quale l’insegnante ha creato dei ragazzi superprotetti nell’apprendimento, con libri che hanno tutto, insegnanti che fanno tutto, spiegano tutto, aiutano in tutto, capaci di dare supporti e incoraggiamenti di fronte ad ogni difficoltà. Questo non ha creato studenti migliori, ma probabilmente dei ragazzi meno capaci di capire l’importanza di ciò che devono apprendere e della fatica che richiede l’apprendimento.
Viviamo in una società che, noi adulti, troviamo sempre più complessa, difficile, sempre meno comprensibile, non irrazionale ma certamente sempre più a-razionale, dove l’imprevedibile è il quotidiano. Per questo si richiede che l’insegnante acquisiti una nuova abilità: di sapere preparare gli studenti a questo nuovo mondo.

Quand’ero studente avevo davanti a me un futuro che potevo tracciare in maniera molto lineare, dal punto in cui ero al punto in cui volevo arrivare. Per arrivarci bastava che m’impegnassi quotidianamente.
Oggi il mondo non è più così, né sarà più così. Dicevo a qualcuno, leggendo un documento dello Stato del Maine, che la previsione di questo secolo è che una persona, nella sua vita, dovrà cambiare nove professioni. Il che vuol dire che non potrai prepararti per una sola professione, ma quando sarai preparato per una, non saprai quali sono le altro otto e lo dovrai scoprire, momento per momento.
Preparare i ragazzi per la vita futura, non vuol più dire prepararli per una professionalità ben definita.
Noi abbiamo assistito in questi anni ad un grande cambiamento. Pensate a cosa sono stati gli anni Ottanta rispetto ad oggi. Riuscite ad immaginare cosa saranno gli anni 2030? Eppure bisognerebbe essere molto preparati per questo. L’insegnante della fine del 2000 è un insegnante senza speranza perché non ha futuro, non sa dove andare, dove “tirare la barca”.
Dovremmo avere, come ha detto Green, una visione. Ma pensate ad un altro fatto apparso sui giornali: ossia al fatto che Bush abbia fatto il progetto per il 2020. Noi tutti sappiamo che basta poco perché quel 2020 non avvenga mai. Ma guai a non avere oggi un progetto per il 2020! Questo significa creare quello che diceva Green, che io condivido molto e che è tipico della cultura anglosassone: imparare che il futuro non è qualcosa che arriverà, ma qualcosa che tu costruisci.

L’insegnante di oggi deve avere una capacità di costruire il futuro, di credere che ciò che sta facendo prepara quello che sarà il futuro. Non lo aspetta ma lo anticipa, lo prevede. E ci sono delle abilità che oggi sono assolutamente chiare. Per esempio, la complessità dei problemi esige collaborazione.
La scuola deve preparare, altrimenti scoppierà la cultura. Deve preparare a livelli di pensare molto elevato. Non possiamo immaginare un futuro di cittadini che non pensino e che siano superficiali. L’insegnante deve essere una persona che educa alla collaborazione, anche multiculturale. Le minoranze emarginate, infatti, hanno sempre creato grossi problemi alla convivenza civile e fisica delle persone.
L’insegnante di domani deve essere capace di ristabilire la connessione tra cultura e scuola. Abbiamo creato una scuola senza cultura dove si apprendono, per lo più, conoscenze inerti che non hanno un valore e un significato culturale, che vengono apprese per l’esame, per un titolo o per altri scopi, fuorché quello di arricchire la propria mente e la propria esperienza umana.
L’insegnante deve accorgersi che l’apprendimento non può essere solo verbale, oggettivo o trasmissivo, ma deve essere pieno di altre implicazioni. Non puoi insegnare in modo significativo e motivato a un ragazzo che non ha la stima di sé. Non puoi insegnare cose significative a un ragazzo se non ne capisce il significato e non comprende perché deve fare sacrifici per ciò che deve apprendere. L’apprendimento non è solo questione di abilità e di capacità elaborative. È frutto di un’intera personalità equilibrata che deve essere educata attraverso ciò che s’insegna.
L’insegnamento è strumento per lo sviluppo di una personalità e bisogna ricorrere e sapere selezionare, tra tutte le metodologie, quelle che si ritengono più utili per lo sviluppo di una personalità, e non semplicemente per un apprendimento ripetitivo o riproduttivo.
Ci sono dei sistemi molto buoni per fare riprodurre ai ragazzi ciò che s’insegna. Bisogna vedere quali effetti può avere un tale apprendimento sull’intera personalità del ragazzo, perché, alla fine, è l’intera personalità che io educo attraverso ciò che insegno.
Capire tutto questo, usare strategie per tutto questo, richiede una professionalità mal definita, un insegnante, cioè, che abbia dei confini più sfumati: a volte deve essere più psicologo, altre volte più educatore, altre volte più autoritario. E deve sviluppare tutto questo insieme, in una sua personalità integrata che diventa un modello di uomo di domani.

L’insegnante non è più colui che è esperto soltanto nella sua disciplina. Per cambiare tutto questo, bisogna cambiare noi stessi e la nostra idea d’insegnante e assumere una nuova prospettiva di personalità. Bisogna anche cambiare la scuola e i colleghi. Questo è il miracolo di cui parlavo: riuscire a vedere l’enormità delle cose da fare, non aspettare i sette angeli dal cielo, ma credere che possiamo farcela e possiamo cambiare, anche perché, forse, decidiamo più il futuro noi nella scuola, che non i governi e i politici che si susseguono. Il futuro della società dipende dalla scuola.
In un colloquio che abbiamo avuto prima di cominciare, Green mi diceva: “quando ho visto tutta la scuola e la crisi economica in cui eravamo, mi sono convinto che la soluzione di tutti i nostri problemi sarebbe stata avere un livello molto più elevato di buona educazione - nel senso di educazione complessiva - dei nostri ragazzi”.

Noi abbiamo una grossa responsabilità e credo che dovremmo lavorare molto per farci riconoscere questo tipo di ruolo e di professionalità, che non è paragonabile a quello di un medico o di un tranviere. È una cosa diversa.
Grazie a tutti voi.

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