Intervento del
dott. Daniele Pavarin, formatore alla LINDBERGH FORMAZIONE & CONSULENZA. Ha esperienza sulle metodologie del lavoro di gruppo, conduce attività di formazione rivolte a responsabili di gruppi operativi nel mondo del lavoro e a dirigenti ed insegnanti nella scuola.
Buongiorno a tutti. È un piacere per me essere qui. Conosco già alcuni di voi per esperienze vissute e realizzate in questa terra. Io vengo dal Veneto, come si può capire benissimo dal mio accento e dal mio cognome.
Io sono qui per raccontarvi un’esperienza che ho realizzato in una delle tante scuole in cui sto facendo formazione sull’apprendimento cooperativo:
un’esperienza condotta in un Circolo Didattico un po’ particolare di Forlì che mi pare possa dare indicazioni importanti su cosa significhi “andare verso una scuola come comunità che apprende”. Più che l’esperienza in sé vi racconterò i miei apprendimenti, ciò che io ho e sto imparando con questi insegnanti.
Da alcuni anni in questa scuola sto infatti facendo formazione sull’apprendimento cooperativo. Nel settembre 2002, la direttrice mi coinvolse in un percorso formativo rivolto ad un gruppo-staff d’insegnanti e di rappresentanti delle diverse scuole del Circolo. Questa direttrice aveva un obiettivo abbastanza chiaro: innanzitutto, voleva avere un gruppo che la sostenesse nel promuovere e attivare i momenti collettivi rivolti agli insegnanti (come, per esempio, i collegi docenti o situazioni simili). In più, desiderava creare un gruppo d’insegnanti che la sostenesse nello svolgimento delle sue funzioni, in particolare nella realizzazione dei progetti legati al POF.
Ho subito riconosciuto l’importanza di questo obiettivo che riguarda ciò che Comoglio definisce come
“situazioni complesse, eterogenee, di rapido cambiamento che non possono essere affrontate individualmente, ma richiedono lo sforzo di un’intelligenza collettiva, il sapere riflettere e risolvere insieme i problemi. Richiedono forme organizzative flessibili capaci di affrontare il cambiamento, di apprendere. Un’organizzazione apprende quando al suo interno gli individui s’interrogano nell’interesse dell’organizzazione di cui fanno parte”.
Negli obiettivi di questa direttrice c’era proprio questo: provare a motivare gli insegnanti ad interrogarsi nell’interesse della comunità-scuola di cui facevano parte. Un obiettivo molto importante.
Successivamente, ho incontrato gli insegnanti che da qualche anno facevano parte di questo gruppo “di eletti”. La richiesta che mi è pervenuta da loro – ossia, i loro bisogni formativi – concerneva soprattutto un disagio che si può riassumere nella seguente espressione: erano arrivati alla convinzione che non c’era niente da fare per coinvolgere i propri colleghi. Le avevano provate tutte. Avevano provato con l’apprendimento cooperativo, con strategie che miravano a rendere più coinvolgenti e più partecipativi i collegi docenti: i risultati erano stati scarsissimi. Addirittura, era nata in loro la percezione che si fosse creata una spaccatura con il resto dei colleghi. Da una buona intenzione da cui la Dirigente scolastica era partita, erano scaturiti effetti concreti un po’ diversi.
Un prima riflessione al riguardo: il rischio della valorizzazione. All’interno di una comunità che apprende corriamo sempre il rischio di valorizzare qualcuno a scapito di qualcun altro.
Scrive Branca, studioso di sviluppo di comunità: “Fermo restando che è semplicistica l’idea di valorizzare insieme tutte le persone e i gruppi di una comunità, va riconosciuto che la valorizzazione di qualcuno provoca una differenza. Il problema si pone quando la differenza si evolve in disuguaglianza.”.
Si tratta infatti di processi a cui bisogna fare molta attenzione. Non basta, infatti, valorizzare e motivare delle persone: bisogna fare attenzione alle reazioni degli altri che compongono la comunità. Quando valorizzi qualcuno, può accadere che gli altri siano sempre più spinti verso processi di esclusione o addirittura di autoesclusione. A chi rimane fuori resta la possibilità di esprimere un bisogno di valorizzazione in modi molto diversi, come, ad esempio, non collaborando, andando contro, disinteressandosi, assumendo atteggiamenti di passività e di delega. Tutti modi per dire ai colleghi valorizzati: “io non ti riconosco: qualcuno lo ha fatto, ma io non ti riconosco”.
Mi viene in mente l’inizio di un bellissimo libro di
avversione che condivide con altri verbi.”. È facile aggiungere il verbo collaborare. La collaborazione è un processo da costruire.
Torniamo ai nostri insegnanti. La loro richiesta è stata la seguente: a partire da questo loro disagio espresso, vedere di ridefinire identità e ruolo di questo gruppo coinvolto in prima persona dalla Dirigente scolastica.
“Esprimere un disagio - scrive sempre Branca – sentirsi legittimati a farlo, crea le condizioni perché le persone comincino a sentire di esistere dentro la comunità”. Io mi sono preso cura di questi insegnanti e li ho ascoltati. L’espressione di un disagio può creare le condizione affinché qualcosa possa cambiare. L’espressione da sola non è sufficiente per creare processi partecipativi, ma sicuramente è un passo necessario. Cosa ho fatto con loro?
Il primo passo è stato quello di individuare delle “parole-chiave” su cui loro si potessero riconoscere. Le parole-chiave hanno portato a definire dei significati condivisi.
Da qui (seconda fase) sono nate definizioni di concetti comuni come, ad esempio, collegialità. Che cosa intendiamo per collegialità? Per comunicazione efficace? Per responsabilità individuale e di gruppo? Per condivisione?
La terza fase è stata lo studio di testi e documenti che avevano a che fare con concetti quali “comunità che apprende”, “visione condivisa” (cos’è, come si costruisce, perché è importante per una comunità assumerla?), “leadership distribuita”, quale nuova idea di leader all’interno di una comunità.
È poi stato condotto un lavoro sulle strategie di coinvolgimento, di partecipazione, di collaborazione, di progettazione nel sociale e di sviluppo di comunità: processi con i quali bisogna avere dimestichezza.
Questo lavoro ha portato il gruppo a sperimentare un’esperienza di condivisione. L’esperienza più importante che hanno fatto è stata quella che hanno condiviso tra loro. Il primo risultato che hanno raggiunto è stato quello di arrivare ad una nuova consapevolezza del concetto di condivisione, attraverso il percorso che abbiamo fatto insieme.
Sono partiti da un’idea di condivisione intesa come: “condividere vuol dire realizzare un progetto, magari dato a priori dall’alto”.
Attraverso il lavoro fatto insieme, l’idea a cui sono arrivati è che la condivisione è un processo che ci deve portare a costruire qualcosa. Questo vuol dire mettere al primo posto i processi. Anche su questi aspetti mi sono confrontato molto con la dirigente scolastica e le sue aspettative sono state ridefinite alla luce dei risultati che uscivano dal gruppo.
Se poi intendiamo la condivisione come un processo che porta all’assunzione di responsabilità personali e di gruppo, non è più possibile nascondersi dietro certi alibi quali “gli altri non collaborano, le strutture mancano”. Non possiamo cioè più considerare gli altri responsabili di ciò che non funziona. Se gli altri non partecipano è perché non hanno avuto la possibilità di sperimentare un vero processo di condivisione. Questa è una convinzione nata all’interno del gruppo stesso per il solo fatto di avere condiviso qualcosa. Se fosse mancato questo processo individuale e di gruppo non saremmo arrivati all’assunzione di responsabilità.
Mettere in atto processi di condivisione significa uscire da condizioni di delega e di passività che, magari in buona fede, noi stessi andiamo ad alimentare. Messaggi del tipo: “dimmi qual è il tuo bisogno e io te lo soddisfo” sono modi per alimentare passività e delega (“ci pensino gli altri!”). O anche messaggi del tipo: “vieni a vedere cosa ho preparato per te. Ho preparato un collegio docenti che è la fine del modo: lascio ai colleghi lo spazio di spettatori”.
Condividere è l’esperienza nella quale s’impara a fare esperienza dell’esercizio di un potere: il potere di contribuire alla costruzione di una visione comune e condivisa.
Sempre Mario Comoglio scrive: “Una visione condivisa non preesiste alla comunità, non è imposta o viene dall’esterno. È qualcosa che si costruisce tramite l’apporto e il contributo delle visioni personali. La visione comune va scoperta, trovata, costruita: solo così può diventare ciò che effettivamente motiva e unisce l’impegno di ognuno”.
Ciò che caratterizza una comunità che apprende è il legame che unisce le persone tra loro. Questo tipo di legame si fonda su un’esperienza che c’è stata: l’avere costruito uno scopo condiviso. Qui nasce un legame: le relazioni che viviamo tra noi e gli scopi condivisi diventano tutt’uno.
Sempre da Comoglio: “La caratteristica che definisce la scuola come comunità è il legame che salda in modo speciale le persone ed esse ai valori e alle idee condivise. La percezione di questo legame porta a scoprire il gusto di partecipare perché ogni componente percepisce di avere un posto unico all’interno della comunità. Tutto questo deriva dal fatto che mi è stato dato il permesso di costruire lo scopo che stiamo cercando di raggiungere”.
Sintesi veloce. Si diventa comunità di responsabilità quando esercitare un potere significa contribuire alla costruzione di visioni condivise (p. es... ho un potere nella scuola quando contribuisco con i miei colleghi a costruire qualcosa di condiviso: questo è esercizio di un potere, nuova idea di leadership). Quando si attua l’apprendimento cooperativo, l’unicità è data dal fatto che sto lavorando per uno scopo condiviso che è strutturato in modo tale da farmi scoprire la mia unicità. Si diventa comunità di responsabilità quando ci si riconosce nelle scelte finali e si decide di portarle avanti insieme.
La partecipazione non è facile da creare e quando la creiamo conduce sicuramente a problemi da gestire, perché la diversità è sì una risorsa, ma quando si tratta di creare le condizioni affinché diventi tale, cominciano le difficoltà. Partecipare porta all’emersione delle diversità. Le diversità diventano visibili. Se voglio creare partecipazione devo rendere visibili le diversità.
L’espressione delle diversità non è però sufficiente. Deve succedere qualcos’altro.
L’apprendimento più importante si ha quando si scopre che le diversità che abbiamo reso visibili, vanno ad influenzarsi reciprocamente. È questo il momento in cui capisco il mio ruolo e il valore degli altri, le differenze valorizzate, le responsabilità condivise: qui si genera cambiamento, perché dopo un processo di condivisione uno scopre di non essere più quello di prima. Citando Canevaro: “la relazione ossia l’influenza reciproca che è avvenuta tra noi rivela e fa sì che io abbia qualcosa di te e tu qualcosa di me. Queste sono le condizioni per scoprire le potenzialità delle relazioni, dell’essere comunità”.
Per finire, ritorno al percorso con il gruppo di lavoro di Forlì che vi ho presentato all’inizio. Alla fine del percorso di un anno scolastico, i partecipanti sono arrivati a ridefinire il loro ruolo e l’identità di gruppo-staff in questi termini: la responsabilità che il gruppo-staff si assume, consiste nella volontà di aumentare i livelli di condivisione agita a livello collegiale. Dietro la terminologia “condivisione agita” hanno riassunto tutti i significati sperimentati del termine “condivisione” - una condivisione che deve diventare azione comune, al fine di giungere ad un’identità di scuola come comunità che apprende. Questo è stato il frutto dello studio sul concetto di comunità che apprende.
Abbiamo parlato di cambiamento. La domanda adesso più opportuna sarebbe: ma che cosa è cambiato in quel gruppo? Bisognerebbe chiederlo a loro. Io vi riporto alcune priorità su cui hanno deciso di impostare il loro lavoro quest’anno:
a - creare nella scuola contesti relazionali positivi dove le persone in difficoltà che si sentono sole possano essere valorizzate;
b - creare spazi di confronto al fine di aumentare la conoscenza e il riconoscimento delle competenze presenti nei colleghi;
c - migliorare le modalità di comunicazione e scambio delle informazioni;
d - facilitare i processi di comprensione dell’informazione;
e - aumentare i livelli di coerenza fra ciò che viene dichiarato e ciò che viene agito;
f - rispettare maggiormente le opinioni;
g - argomentare e motivare le scelte prese.
Sono alcune priorità che diventano però obiettivi di lavoro. Per me sono cambiamenti percettibili e chiari.
Anche qui Comoglio ci viene incontro: “La prima condizione affinché un gruppo diventi comunità che apprende è che i suoi componenti maturino fiducia reciproca. L’essere propositivi più che puri esecutori di compiti, il confronto è ricercato, l’assunzione di rischi, il confronto costante rivolto ad ogni scelta per verificare se corrisponde agli scopi condivisi, l’attenzione ai colleghi che più sentono la solitudine e la mancanza di sostegno nel loro quotidiano lavoro, diventano tutti comportamenti naturali che derivano da una responsabilità assunta assieme”.
Questo è solo il primo passo per tentare di costruire delle visioni condivise nella scuola. Il secondo passo richiederà a questi insegnanti di allargare tale visione condivisa all’interno della comunità, coinvolgendo tutti i componenti (genitori, studenti ecc…).
Chi conduce la comunità se non i gruppi che la rappresentano? A questi gruppi spetta il compito di trasformare le visioni condivise in comportamenti che li realizzano.
Mi permetto di andare ad integrare l’ultima idea che ha lanciato il professor Green. Lui ha concluso dicendo: “il futuro non è un luogo verso cui stiamo andando, ma un luogo che stiamo creando. I sentieri non vanno trovati ma costruiti”. Io aggiungo: “E l’attività di costruirli cambia sia i costruttori, sia la destinazione”. Buon lavoro.