Lidia Cassetta
Stato dell’arte sulla diffusione del cooperative learning a torino e provincia

Intervento della dott.ssa Lidia Cassetta,responsabile dell' Ufficio scuola di Confcooperative Piemonte . Si tratta di un Servizio che ha come obiettivo priimario quello di preparare il terreno alla costituzione di nuove imprese cooperative orientando gli studenti al lavoro in forma associata.
La giornata di oggi mi ha reso molto contenta. Per certi aspetti è un punto d’arrivo, per altri un punto di partenza. Un punto di arrivo perché stamattina, mentre arrivavo qui, ricordavo la prima timida telefonata al professor Comoglio all’Università Salesiana di Roma e la sua grande disponibilità, nonostante gli impegni, ad iniziare un lavoro in Piemonte. E ricordavo come da lì sia poi cominciato il lavoro di questi anni di sviluppo e di promozione al lavoro della cooperazione.
Un punto di partenza perché adesso i cerchi si allargano. Abbiamo la presenza di professori che fino ad ora non avevano collaborato con noi, come il professor Green, che ha offerto un contributo interessante; e abbiamo l’interessamento e il sostegno della “Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo”.
Noi ci auguriamo che la cosa non finisca qui e si crei cooperative learning anche tra chi sta dietro le quinte, fra chi dovrà organizzare i progetti che riguarderanno il futuro della gestione dell’apprendimento cooperativo nella nostra regione.
Ringrazio chi oggi dà la disponibilità a lavorare con noi. Un ringraziamento particolare alla Provincia di Torino che fin dall’inizio ha dato la sua disponibilità economica, dimostrando una grande passione per i contenuti didattici che il professor Comoglio ha portato in Piemonte.
Facciamo un passo indietro. Che cosa c’entra “Confcooperative” – perché io sono qui per parlarvi dell’Ufficio Scuola di “Confcooperative” – con il cooperative learning?
“Confcooperative” è un’associazione di rappresentanza di imprese cooperative. In Piemonte ne rappresentiamo 1244, di diversi settori – culturali, turistiche, agricole, sportive, d’abitazione, di produzione lavoro.
Il punto di partenza non è vicinissimo. Nel 1995 però, “Confcooperative” e il Ministero dell’Istruzione siglano a Roma un protocollo che prevede l’azione di “Confcooperative”, in particolare di Federcultura che rappresenta le cooperative culturali, nella diffusione dell’educazione cooperativa all’interno della scuola. Per “Confcooperative” ciò significa processi di orientamento al lavoro. Infatti, noi non partiamo con il cooperative learning, ma con le ACS - Associazioni Cooperative Scolastiche - modello che abbiamo desunto dalla Federazione Trentina della Cooperative. Il Trentino è infatti una realtà nota per la vivacità imprenditoriale e per una tradizione antica di auto-organizzazione del lavoro attraverso l’impresa cooperativa. L’ACS è una sperimentazione di impresa cooperativa in classe, ossia la possibilità di realizzare per un anno, all’interno di una classe, un lavoro gestito attraverso le modalità desunte dalle cooperative vere e proprie presenti sul mercato. La classe diventa, quindi, un’assemblea di soci che elegge i propri organi, un consiglio d’amministrazione, un presidente e che realizza un progetto concreto con tanto di utili. Questo lavoro ci è garantito perché riconosciuto all’interno del Protocollo con il Ministero. Dal 1996 ad oggi abbiamo realizzato 130 ACS, principalmente nelle scuole superiori del torinese.
Mancava qualcosa. Quando in classe, l’assemblea dei soci doveva votare per decidere lo statuto sociale, le modalità per raggiungere lo scopo sociale, ossia qualunque attività gestita in forma cooperativa, e le modalità per gestire le relazioni all’interno del gruppo classe, erano quelle che noi già conoscevamo, cioè le normali possibilità di sperimentare relazioni, desunte dalla nostra esperienza. Ci mancava un metodo per aiutare i ragazzi a relazionarsi tra di loro, a gestire il consenso e ad assumere delle decisioni. Questo metodo è stato poi trovato attraverso il cooperative learning.
Nel 1996 ho chiesto alla dottoressa Ramonda di provare a sperimentare una particolare tipo di tesi:
Ecco dov’è il nesso, anche se rimane il fatto che il cooperative learning è innanzitutto un metodo che ha come scopo prioritario quello di migliorare l’apprendimento in classe.
A noi interessa riuscire ad utilizzare questa metodologia anche al di là della scuola. Perché? Perché prima di fare le cooperative dobbiamo fare i cooperatori, ossia persone capaci di lavorare sui livelli relazionali e di gestire il consenso in modo alto. Le aziende oggi hanno una grande necessità di persone che sappiano gestire la complessità che è anche relazionale. Le cooperative, infatti, mettono la persona al centro del processo e, hanno quindi, un problema di consenso maggiore. A tutti voi sarà noto che vige il principio “una testa un voto”. Nelle società per azioni comanda chi ha più azioni; nelle società cooperative, il principio “una testa un voto” implica che chi dirige deve avere una grande capacità di leadership e avere consenso.
Numerose sono state le tesi che abbiamo realizzato con l’Università di Torino con diversi tirocinanti, per monitorare e osservare le sperimentazioni in atto - sperimentazioni che ho sempre cercato di portare anche al di là del confine canonico del cooperative learning che è la scuola. Vi porto due esempi. Il primo è quello della cooperazione internazionale.
Il professor Comoglio accennava poco fa alla multiculturalità. Diciamolo pure: anche qui, a Torino, l’Africa bussa alle porte. Sebbene si parli molto di Medio Oriente, l’Africa è veramente il continente dimenticato. Non so se qualcuno di voi ha visto su Rai Tre un programma bellissimo sull’Africa dal titolo “Appunti africani”. Si vedevano situazioni terrorizzanti.
Con la Regione Piemonte e altre associazioni abbiamo realizzato il progetto Burkina Faso in cui abbiamo coinvolto anche gli insegnanti. Si tratta di progetti che non riguardano l’apprendimento cooperativo, tranne uno: un progetto di formazione a distanza, in collaborazione con il professor Trinchero dell’Università di Torino, in cui trasmettiamo, attraverso un portale, ad un centro insegnanti in Burkina, le informazioni sulle ACS, ossia sulle metodologie di orientamento al lavoro e sul cooperative learning. Potrebbe sembrare un progettino.
Il Burkina non ha nessuna risorsa, e di conseguenza non è teatro di guerre delle multinazionali come capita in altre regioni dell’Africa, ma le persone muoiono di fame. Benché si tratti di uno degli stati più poveri, occorre anche lì guardare lontano. Quando sono andata giù, la prima cosa che gli insegnanti mi hanno detto non è stato “abbiamo fame” o “non abbiamo nulla”, ma “dobbiamo occuparci di orientamento al lavoro, attivare delle metodologie che responsabilizzino i nostri ragazzi”, che attivino processi di autostima che li rendano capaci di lavorare insieme, di rispondere in prima persona ai loro bisogni, non di vivere delle briciole della cooperazione internazionale. Per cui, questa piccola cosa, questo portale e questo Centro Insegnanti, potrebbero avere un grande potere, perché il cooperative learning è anche capacità di auto-organizzazione, di prendere nelle mani il proprio destino e di non farsi in qualche modo determinare dalla cultura di massa e dal tipo di appiattimento che è davvero globalizzante.
Credo che all’educazione spetti un ruolo centrale per sviluppare processi di criticità nei ragazzi e per renderli protagonisti del proprio futuro.
Chiunque di voi fosse interessato noi siamo a disposizione. È presente nei nostri uffici una formatrice esperta di apprendimento cooperativo. Ovviamente noi facciamo riferimento al professor Comoglio, al professor Ellerani, a figure che nei corsi ci rendono una docenza qualificatissima. Abbiamo però creato anche delle figure che sono capaci di dare un’assistenza quotidiana agli insegnanti nell’apprendimento cooperativo e che sono in grado di farvi da interfaccia con i professori universitari e di darvi quelle competenze di base che possono permettervi di attivare i percorsi nell’attività quotidiana del mondo della scuola.