Commenti ai saggi sulla scuola di Paola Mastrocola (di Claudio Berretta)

Claudio Berretta, insegnante, formatore e facilitatore GIS
Segnaliamo due articoli relativi ai due saggi sulla scuola di Paola Mastrocola scritti da Claudio Berretta, autore di "Professore... lei è felice?" , pubblicati sulla rivista École, che rivolgendosi all'autrice sotto forma epistolare cerca di analizzare i contenuti dei due volumi per confutare quelle idee che potrebbero, a suo parere, contribuire a portare indietro la scuola italiana sia dal punto di vista qualitativo che dal punto di vista della sua capacità inclusiva, conducendoci verso una scuola dell'esclusione e dell'inefficacia, incapace di dare a tutti pari opportunità nella costruzione del proprio futuro, invece che verso una scuola in cui la valorizzazione delle diverse abilità renda possibile il superamento delle difficoltà e insieme lo sviluppo delle eccellenze.

Tesi sconcertanti ampiamente diffuse ed esperienze di qualità invisibili. Commenti ai saggi sulla scuola di Paola Mastrocola.

I due saggi sulla scuola della scrittrice Paola Mastrocola si pongono in termini estremamente critici verso tutti i processi di innovazione didattica e metodologica offrendo così la sponda a quei provvedimenti legislativi fondati sull'idea che per migliorare la scuola bisogna "tornare indietro".
Quest'idea naturalmente non viene avvalorata da sperimentazioni e ricerche finalizzate a dimostrare che le nuove metodologie sono fallimentari. Si tratta prevalentemente di luoghi comuni, fondati su atteggiamenti ideologici.
L'impegno dei tanti insegnanti profondamente convinti dell'importanza del proprio lavoro che dedicano tempo, energia e passione al miglioramento continuo della loro professionalità, attraverso l'aggiornamento, il confronto, la condivisione di esperienze e la continua ricerca e sperimentazione, in un'ottica di apprendimento continuo è pressoché invisibile.
Viene data invece ampia visibilità mediatica a opinioni come quelle di Paola Mastrocola, sconcertanti per la mancanza di rispetto per l'impegno degli insegnanti più impegnati nel cambiamento e nella ricerca per una scuola di qualità, inquietanti per alcune affermazioni e finanche pericolose per il fatto che aprono la strada a riorganizzazioni della scuola devastanti dal punto di vista della sottrazione di risorse e peggiorative dal punto di vista qualitativo.

Riportiamo alcuni brani tratti qua e là dai due articoli, ma si invita a leggerli nella versione integrale ai link segnalati.

1. Claudio Berretta, École, Scuola Atttiva, 23 marzo 2011, Commenti al libro: "Togliamo il disturbo" vai al link
 
"In passato qualunque cosa facesse l'insegnante andava bene, poteva anche essere un sadico o un incompetente, ma la paura faceva sì che gli studenti stessero zitti ed obbedissero. Dovevano comunque credere a ciò che diceva loro l'insegnante, obbedire e studiare.
Fuori dalla scuola diventava: credere, obbedire, combattere. Certo, perché l'assenza di pensiero critico conduce ad obbedire ciecamente. Obbedire quando il capo dice di andare in guerra, così come quando dice che il vicino di casa, in quanto ebreo o dissidente, va denunciato alla milizia.
Il lavoro degli insegnanti era certamente più facile, ma preferisco faticare tanto di più per insegnare ai miei allievi a pensare con la propria testa e sviluppare il pensiero critico necessario per essere cittadini attivi di un paese democratico, piuttosto che avere la possibilità di imporre loro tutto ciò che voglio con la forza del potere, trasformandoli in sudditi sottomessi.
La modalità di conduzione delle lezioni prevalente è, quindi, a tutt'oggi, quella frontale trasmissiva. Sorge allora spontaneo il dubbio: sono i metodi innovativi o è proprio questa modalità tradizionale che non funziona più? Forse non dobbiamo tornare a fare le aste, ma piuttosto provare metodi diversi a seconda della classe e dei singoli allievi. Soprattutto considerando il fatto che le ricerche internazionali documentano risultati positivi dal punto di vista degli apprendimenti dove ciò avviene e le esperienze degli insegnanti più impegnati a cercare di migliorare la qualità del proprio lavoro lo confermano.
........Nella terza parte del libro indica la necessità di avere tre tipi di scuola sostiene che solo nella scuola della comunicazione ci si deve occupare di imparare ad imparare, socializzazione, lavori di gruppo, cooperazione, cittadinanza, Costituzione...
Quindi solo alcuni ragazzi dovrebbero imparare queste cose e costruire la propria identità anche grazie ad esse? I più studiosi, oppure chi va a fare lavori pratici non deve sapere nulla di cittadinanza e Costituzione? Non deve sviluppare abilità sociali? Non deve saper lavorare in gruppo? Come se a livello di classe dirigente o di operai specializzati si lavorasse solo isolati e non si dovesse mai collaborare con altre persone! E come se a livello di classe dirigente o di operai specializzati si dovessero possedere solo abilità tecnico-professionali e non le capacità necessarie per essere dei cittadini in grado di far parte di una comunità, rispettandone la Costituzione, e in grado di riconoscere e rispettare i diritti fondamentali dell'uomo!
A questo punto le sue affermazioni non sono più solo sconcertanti, ma decisamente inquietanti.
Insegnare a socializzare, a cooperare, a rispettare i diritti umani e i principi costituzionali non sono giochetti da bambini riservati a chi non ha voglia di studiare o di lavorare."

2. Claudio Berretta, "École, Scuola Atttiva, 15 gennaio 2011.  Lettera ad una collega: Commenti al libro  "La scuola raccontata al mio cane" , vai al link

 
"Mastrocola scrive: «Noi insegnanti di lettere avevamo due certezze: che il nostro mestiere fosse di trasmettere qualcosa a qualcuno; che quel qualcosa da trasmettere fosse un patrimonio certo e inoppugnabile, che ci veniva dalla tradizione.»
Un insegnante deve solo trasmettere? Gli studenti sono dei vasi vuoti da riempire? O sono delle persone con le quali entrare in relazione e interagire, agendo in modo tale che il sapere di cui siamo depositari possa essere da loro rielaborato e costituire un punto di partenza per costruire nuovo sapere?
Se ci occupassimo solo di trasmettere sempre e solo lo stesso sapere nessuna evoluzione sarebbe mai stata possibile e nessuna nuova opera d'arte, frutto della creatività umana, sarebbe mai stata prodotta da un certo momento in poi. Non ci sarebbe per esempio mai stato un Leopardi perché avrebbe dovuto solo studiare le opere del passato e trasmettere queste sue conoscenze ad appassionati di letteratura più giovani di lui. Invece, oltre che ricevere le conoscenze da qualcuno che le ha trasmesse ha sviluppato competenze e pensiero critico che gli hanno permesso di costruire nuove opere e nuovo sapere.
Non basta sapere che cosa insegnare. Questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente. un insegnante che non conosce la propria disciplina fa solo danni, ai suoi allievi e all'immagine della scuola. ma non basta. un buon insegnante deve anche sapere come insegnare. altrimenti sarebbe come un falegname che sa cosa deve fare, ma non sa come farlo."

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