Insegnanti allo specchio: identikit di una professione tra rabbie e sconfitte

Einaudi editore
Edizione Einaudi con la collaborazione della Stampa e curato da Cristina Trucco Zagrebelsky e Domenico Chiesa è uscito il libro
INSEGNANTI ALLO SPECCHIO: IDENTIKIT DI UNA PROFESSIONE TRA RABBIE E SCONFITTE


Si riporta di seguito l'articolo di Renato Rizzo uscito il 5 giugno 2005 sulle pagina della STAMPA.

"Sono infelice, voglio una «slow school». Centinaia di lettere per raccontare la trincea pedagogica"

«AI ragazzi d’oggi, già frastornati da mille distrazioni e mille messaggi oltre che da un’incertezza totale di che cosa sia bene e male, giusto e ingiusto, bisognerebbe offrire la possibilità di pensare con lentezza. E’ passato il messaggio dello slow food , perché non deve passare quello della slow school?». Elogio della calma come metabolizzante del ragionare: la scelta meditata, un consiglio per acquisti che non si trovano nei discount dell’apprendere. A proporlo è un professore che racconta se stesso, il suo lavoro quotidiano a contatto con generazioni allettate dal «tutto» e dal «subito», dall’«immagine» e dal «potere». La sua lettera, sommata a quelle di centinaia di altri colleghi, aiuta a costruire un diario di rabbie, vittorie, sconfitte, soddisfazioni e utopie spesso realizzate a dispetto dell’impossibile. Leggerlo è come viaggiare all’interno di quel mestiere d’insegnare quotidianamente a confronto con il Paese che cresce e bussa alle porte del domani: messaggi chiari e, a volte, in bottiglia che verranno riuniti in un libro edito da Einaudi con la collaborazione della Stampa e curato da Cristina Trucco Zagrebelsky e Domenico Chiesa. La prima è stata docente di materie giuridiche ed economiche negli istituti tecnici e professionali, il secondo è professore di filosofia in un liceo scientifico tecnologico e presidente del Centro d’iniziativa democratica degli insegnanti. Come appare il mondo della scuola in questi «specchi» di carta? «Intanto si coglie più voglia di spiegare e di spiegarsi che di polemizzare» nota Chiesa. Spiegare che cosa? «Soprattutto l’”infelicità” di chi vede la scuola trattata alla stregua d’un corpo estraneo nella società dei media e della fretta». Colpisce come una freccia un pensiero firmato Marco Damonte: «Oggi come ieri i giovani vanno alla ricerca di modelli e di maestri, ma li vorrebbero poco esigenti: finiscono, così, per essere confusi rischiando d’aggrapparsi alla proposta più “economica”, alla scappatoia più facile. Anche se l’esperienza gli fa capire presto che facilità non fa rima con felicità e la parola successo precede la parola sudore solo nel dizionario». E gli insegnanti come reagiscono? Sono in grado di dare risposte attendibili? Non sempre, perché - è l’amarezza di Cristina Brovedani - avvertono «la fatica di gestire classi annoiate, spesso riluttanti» e constatano «l’inadeguatezza degli strumenti a disposizione». Le lettere parlano di solitudine: quella che quanti hanno come posto di lavoro la cattedra provano davanti a famiglie per cui, come osserva ancora Chiesa, «lo studio dei loro figli non è importante». Un muro d’incomprensione divide due ambiti per i quali sarebbe vitale la più stretta collaborazione: «Alcuni allievi - spiega Alessandra Bellò - hanno alle spalle genitori che hanno smesso di vedere nella scuola una possibilità di promozione sociale. E hanno torto. Lo studio apre ancora molte vie, esige, però, determinazione, lavoro, costanza»: valori considerati desueti nella società in cui nevicano ovunque parole come «tu», «volere», «potere». Ma ci sono situazioni in cui l’infelicità di chi insegna è dettata anche da altri motivi. Valentina Chinnici, ad esempio, guarda alla sua terza media in un quartiere difficile di Palermo e spiega quanto dia rabbia riscontrare il «ritardo» degli studenti rispetto ai coetanei più fortunati: «A otto anni le mie nipotine, figlie di professori e avvocati, hanno una proprietà di linguaggio alla quale i miei tredicenni non possono neppure aspirare». Senso d’impotenza, ma anche d’impreparazione che culmina nella necessità di risolvere con interventi «fai da te» certi momenti topici: «Quando alcuni alunni hanno scoppi d’aggressività particolarmente violenta mi domando come mai non ho studiato psicologia o risoluzione dei conflitti: il dilemma dura trenta secondi, perché devo agire immediatamente». Tutto ciò, è ovvio, rende più alto il muro, acuisce il livello di incomprensione, determina - come dice Cristina Trucco Zagrebelsky - la frustrazione «di insegnanti che chiedono d’essere ascoltati. E vorrebbero che, oltre la siepe della burocrazia, qualcuno percepisse la voglia di muoversi che li anima e si rapportasse con loro». «Qual è - s’interroga Fiammetta Fazio - la considerazione in cui viene tenuta la mia categoria? Quale il peso sociale? Quale il trattamento economico? Come si può pretendere un’alta qualificazione professionale e, addirittura, un’appassionata dedizione quando non viene riconosciuto come valore sostanziale per la società il nostro studio, il nostro impegno, la nostra fatica?». Eppure, nonostante l’amara catena dei «purtroppo», si fa strada, con prepotenza, un dato. Di più: un sentimento. E’ la «felicità». Non tanto quella, magari un po’ sadica, di chi assapora il proprio potere. Al di qua della porta che si apre e si chiude al suono d’una campanella si respira anche l’empatia che, in molti casi, diventa catalizzatore nella complessa chimica del rapporto tra docente e discente: «Quanto è forte e bella la corrente di reciproca soddisfazione che si sente quando uno studente ti dice “Ho capito”», si legge in una delle lettere arrivate all’Einaudi. E, ancora, come confessa Roberta Isastia: «Sono loro, i tanti ragazzi e ragazze che ho incontrato che mi danno la forza di persistere in un’impresa che sembra titanica. Perché, a volte, mi chiedo se tutte le difficoltà che ho incontrato lungo questo cammino e che sono comuni a tanti precari come me, siano ascrivibili al semplice fatto che avrei dovuto fare altro nella vita e che non sempre essere determinati è una qualità. Poi entro nelle classi e il dubbio mi passa». De Amicis? Mah: chissà che, in certe cose e in certi casi, qualche ragione non l’avesse anche lui

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