Attenzione ai metodi di studio (12 nov 2010)

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera che Gianni Di Pietro (referente e formatore del GIS) ha inviato ai colleghi di un biennio delle superiori (Buniva di Pinerolo) per richiamare alcuni aspetti importanti dopo che il collegio docenti ha rilevato e condiviso, il riconoscimento che il destino del biennio ha un carattere strategico per il futuro dell' istituto.

Cari amici e colleghi che lavorate nei bienni del Buniva,

lo scopo di questa lettera è di richiamare alla buona, molto alla buona, alcuni aspetti che mi sembrano importanti, visto che dall'inizio dell'anno scolastico è mancato fisicamente il tempo per poter affrontare a parole gli argomenti più squisitamente didattici.
Nel collegio docenti del 14 settembre scorso, durante la fase di lavoro di gruppi per indirizzo scolastico, nella riunione dell'indirizzo ragionieri è stato rilevato e, mi pare, condiviso, il riconoscimento che il destino del biennio ha un carattere strategico per il futuro del nostro istituto. In concreto, se i ragionieri non riescono a portare in seconda almeno 3 delle 4 prime appena formate, il destino dell'indirizzo, almeno in una delle sue articolazioni, sembra oggi problematico. Credo che lo stesso ragionamento si possa applicare anche ai geometri e al liceo artistico.
Diventa perciò una specie di ragione di vita o di morte per la nostra scuola diventare capace di migliorare effettivamente le sue capacità di far crescere realmente i ragazzi nel corso del biennio. Per sopravvivere come scuola, dobbiamo trovare i modi per rendere più elevate le percentuali di riuscita nel biennio. Ora, nella tradizione del Buniva, cui in questi giorni passati si è più volte fatto richiamo, mi sembra esistano delle linee di azione che potrebbero tornare utili in questa prospettiva. Queste linee ben presenti nella nostra storia sono:
1) attenzione ai metodi di studio nel nostro insegnamento;
2) impiego di metodi di insegnamento capaci di coinvolgere più attivamente gli studenti dentro le aule;
3) innalzamento del livello della preparazione che richiediamo ai nostri studenti;
4) provare a far recuperare agli studenti il senso profondo, il valore educativo e culturale delle diverse discipline.
Capisco che non siano scelte facili, specie in un contesto difficile come quello provocato dai tagli selvaggi della spesa all'istruzione, ma occorre trovare la forza e il coraggio di riprenderle in vista del futuro del nostro istituto e, in ultima analisi, del posto di lavoro di molti di noi.

1) Attenzione ai metodi di studio nel nostro insegnamento.
Nella mia lunga carriera di insegnante non credo ci sia stato un anno o uno scrutinio durante i quali non ho sentito me stesso o i colleghi lamentarsi perchè i ragazzi “non sanno studiare” o “studiano a memoria”. Del resto è un fatto che la scuola italiana non si preoccupa di insegnare a studiare e si illude che imparare a farlo arrivi come sottoprodotto automatico di qualche altra cosa.
Proprio per far fronte a questa situazione, circa 20 anni fa alcuni di noi hanno cominciato ad usare un libro trasversale, valido per tutte le discipline, intitolato Professione studente. Per la prima volta al Buniva il lavoro sul metodo di studio non veniva immaginato come una serie di consigli spiccioli da dettare all'inizio dell'anno scolastico, ma piuttosto come una forma di educazione complessa da portare avanti per l'intero biennio, in modo graduale e continuativo, perchè le abilità cognitive si addestrano sempre, si raffinano e diventano più complesse con il passare del tempo e il loro esercizio. Fino ad arrivare, da parte dello studente, all'uso consapevole delle abilità autoriflessive e metacognitive come ulteriori dimensioni della crescita della sua responsabilità e delle sue capacità intellettuali.
Senza fare miracoli, Professione studente ha avuto una funzione importante, perchè ha permesso, a coloro che sono venuti a contatto con le sue pagine, di scoprire che è possibile sostituire la dannosissima abitudine di “leggere, rileggere e ripetere” con comportamenti intellettuali meno faticosi e più articolati e soprattutto più produttivi, nel senso che permettono dei risultati più duraturi agli studenti. Dell'opera esistono alcune copie nella nostra biblioteca di Istituto. Inoltre, ormai da parecchi anni nel biennio A ragionieri se ne usa in fotocopia una versione ridotta (l'opera non è più disponibile) che è stata intitolata Imparare a studiare. Questa dispensina è mirata soprattutto per le materie di cultura generale. Ma i colleghi di materie scientifiche e professionali potrebbero persino organizzarsi uno strumento funzionale alle loro esigenze specifiche utilizzando le copie dell'opera che sono in biblioteca.
Successivamente, in alcuni bienni l'uso di Professione studente venne affiancato o sostituito da Portfolio.Strumenti per documentare e valutare cosa si impara e come si impara, di Luciano Mariani. Quest'opera, puntava più esplicitamente alla consapevolezza, da parte degli studenti, dei loro stili cognitivi e dell'uso delle strategie più adatte alle loro inclinazioni. Anche di Portfolio esistono delle copie in biblioteca e una scelta adeguata di pagine potrebbe costituire una utile integrazione per la dispensina Imparare a studiare.
Oggi un ulteriore potente incentivo a muoversi in questa direzione viene dal fatto che l'Unione Europea ha posto in cima alla lista delle sue otto competenze di cittadinanza l'imparare ad imparare per tutta la vita. E non è affatto un caso, alla luce di questo scenario fatto intravedere da Arthur J. Costa e Rosemarie M. Liebman nella prefazione ad un volume significativamente intitolato Immaginando il processo come contenuto, verso un curriculum di rinascita: “Quando gli esseri umani vivono in un mondo in cui la conoscenza raddoppia in meno di 5 anni (la proiezione è che entro il 2020 la conoscenza raddoppierà ogni 73 giorni), non è più possibile prevedere le future esigenze d'informazione degli individui. Il complesso mestiere di “imparare ad imparare” in modo consapevole, alla luce di queste considerazioni, sembra essere in effetti uno degli elementi più indispensabili per sopravvivere e l'abitudine a lavorare sulle abilità di studio una via maestra per conquistarlo.

2) Impiego di metodi di insegnamento capaci di coinvolgere più attivamente gli studenti dentro le aule.
Tra psicologi e pedagogisti è ormai diventato senso comune che la lezione frontale ha, dal punto di vista della responsabilizzazione individuale per la propria crescita personale, lo stesso effetto dell'educazione permissiva sul piano dell'accettazione e del rispetto di regole da parte dell'individuo. Un insegnamento tutto giocato sulla lezione frontale crea una situazione innaturale, che non trova riscontri nella vita. Due formatori canadesi di alta classe mondiale, Norm e Kathy Green, hanno tradotto questi concetti in una domanda la risposta alla quale è sotto gli occhi di tutti noi: “Quando è stata l'ultima volta che hai visto su un giornale un'offerta di lavoro per impiegati 1) capaci di stare seduti in fila ad ascoltare il capo che parla? 2) confusi, capaci di stare seduti a far niente fino a quando il capo viene in loro soccorso?”. Pertanto, sarebbe opportuno quanto meno affiancare alla lezione frontale altri metodi di lavoro o almeno inserire all'interno di essa dei momenti di attività da parte degli studenti.
Per richiamare in modo chiaro gli effetti positivi delle metodologie attive nell'apprendimento può essere utile riflettere su un detto attribuito a Confucio: “"Se ascolto, dimentico", Se ascolto e vedo, ricordo poco", "Se ascolto, vedo e pongo domande o discuto con qualcun altro, comincio a comprendere", "Se ascolto, vedo, discuto e faccio, acquisisco conoscenza e abilità", "Se insegno a un altro, divento padrone"”. Il grande psichiatra William Glasser ha quantificato le percentuali di efficienza nell'apprendimento di questi diversi aspetti sulla base della sua esperienza: “Noi impariamo il 10% di ciò che leggiamo; il 20% di ciò che ascoltiamo; il 30% di ciò che vediamo; il 50 % di ciò che insieme ascoltiamo e vediamo; il 70% di ciò che è discusso con altri; l'80% di ciò che sperimentiamo di persona; il 95 % di ciò che insegniamo a qualcun altro”
In questa prospettiva, a partire dalla fine degli anni novanta il Buniva aveva fatto un investimento importante sulla formazione e l'aggiornamento dei suoi insegnanti nel cooperative learning. Nel giro di 4 anni, molti insegnanti dell'istituto avevano usufruito di più di 1000 ore di formazione. Nonostante molti colleghi siano andati in pensione, non è possibile che questa esperienza non abbia sedimentato delle competenze e dei risultati. Adesso possono tornare utili per la nostra sopravvivenza come scuola.
Se si ritiene il cooperative learning troppo impegnativo, si possono comunque promuovere delle forme di attività all'interno della stessa lezione frontale. Daniele Pavarin ne fornisce un elenco, che aggiungo qui per comodità: “Una attività informale rappresenta il ponte tra attività tradizionali e attività strutturate in Cooperative Learning. Con Cooperative Learning Informale si indicano tutti quei modi brevi e specifici di lavorare in gruppo che possono seguire una presentazione o spiegazione da parte dell'insegnante. Esempi di Cooperative informale sono:
  • la discussione a coppie prima della lezione;
  • la preparazione alla lezione a coppie;
  • la spiegazione intermittente;
  • la presa di appunti e/o la schematizzazione a coppie.
Il Cooperative Learning Informale è legato ad attività che durano un'ora e possono essere adattate al canovaccio delle lezioni tradizionali. Il Cooperative Informale ha il pregio di far entrare la classe in contatto con i principi fondamentali del Cooperative Learning in modo, appunto, semplice e adatto al livello della classe e all'esperienza dell'insegnate.
È possibile fare assieme (insegnanti e alunni) conoscenza con:
1) l'interdipendenza positiva (soprattutto di scopo, di ruolo, di materiale e di valutazione);
2) l'interazione promozionale faccia a faccia
3) le abilità sociali di base come
a) parlare a bassa voce;
b) alzarsi senza far rumore con sedie e banchi;
c) dare e chiedere aiuto;
4) le competenze cognitive nelle quali si dovrà già essere abili quando si affronteranno attività organizzate come
a) leggere in modo significativo;
b) fare domande che stimolino l'approfondimento;
c) riassumere;
d) schematizzare;
5) la revisione
6) la responsabilità individuale.

Il Cooperative Informale ha anche il pregio di abituare l'insegnante al nuovo rapporto con la classe e alla diversa modalità di relazione e di intervento nei confronti degli alunni. L'insegnante comincia a rendersi conto che oltre all'intervento diretto (spiegazione frontale a tutta la classe) può essere produttivo anche l'intervento indiretto (domande e materiali forniti alle coppie o prodotti dalle coppie stesse). Il Cooperative Informale può essere utile anche a chi, pur essendo esperto del metodo, inizia ad applicarlo con classi nuove.” Come si vede, quelle che sono indicate come attività di cooperative learning informale sono attività facilmente alla portata di ognuno di noi, e senza molta fatica.

3) Innalzamento del livello della preparazione che richiediamo ai nostri studenti.
Per quella che è la mia esperienza, la tendenza generale egli studenti quando entrano nel nostro Istituto non è certo quella di tirarsi su le maniche e cominciare subito ad impegnarsi. Mi sembrano abituati a degli standard di impegno piuttosto modesti e ad aspettarsi di raggiunger la sufficienza molto facilmente. Per evitare numeri drammatici nelle bocciature (o di regalare le promozioni) conviene allora essere chiari fin dall'inizio e cominciare fin da subito a lavorare per comportamenti un po' più adeguati al tipo di impegno che pensiamo loro debbano mettere nella scuola media superiore.
Il problema si pose anche dopo qualche anno di vita dell'IGEA. Alcuni consigli di classe lo affrontarono anche introducendo nella programmazione collegiale di Consiglio di classe alcune condizioni molto chiare. Ripropongo qui sostanzialmente quella che era la strategia pianificata dai consigli di classe di cui all'epoca dell'IGEA ho fatto parte.
Nella loro programmazione gli insegnanti individuano quelli che ritengono gli aspetti fondamentali ed i nodi essenziali della disciplina da essi insegnata. Nel corso della pratica didattica, sono questi aspetti e questi nodi a costituire il cuore dell'attività di insegnamento e di apprendimento. La valutazione degli allievi, in particolare quella conclusiva dell'anno scolastico in merito alla loro promozione o alla loro bocciatura, avviene su questi aspetti e su questi nodi, che costituiscono la trama essenziale, l'ossatura di ogni singola disciplina insegnata e che, proprio per questo, sono quasi sempre interdipendenti l'uno dall'altro. Non si può quindi pensare di attribuire o di ottenere la promozione senza il raggiungimento di un livello accettabile di conoscenza, comprensione, competenza sull'insieme di questi aspetti e di questi nodi.
In questa prospettiva, la partecipazione alle attività della classe, l'impegno continuo (e non episodico), lo svolgimento attento e costante delle attività assegnate per casa (per altro decise dopo un'attenta riflessione sui carichi di lavoro) diventano elementi fondativi ed insostituibili per una preparazione non aleatoria ma reale. In particolare, diventa assurdo pensare di poter ottenere la promozione studiando solo durante l'ultimo mese di scuola e di poter raggiungere la sufficienza in una qualsiasi materia attraverso una serie infinita di “interrogazioni di recupero” durante gli ultimi giorni dell'anno scolastico. In ogni caso, se l'insegnante avesse bisogno di ulteriori elementi di valutazione in casi particolari (impegno costante durante l'anno, presenza di forti difficoltà di metodo di studio comunque affrontate con grinta e determinazione) e svolgesse ulteriori verifiche, esse non verteranno mai soltanto sulla materia svolta nell'ultimo mese di scuola, ma avranno per oggetto anche tutti quegli altri aspetti e nodi passati nel quale il ragazzo sottoposto ad interrogazione sia risultato insufficiente nelle verifiche precedenti.

4) Provare a far recuperare agli studenti il senso profondo, il valore educativo e culturale delle diverse discipline
Uno degli aspetti più difficili dell'insegnare al biennio è che spesso le materie cui abbiamo dedicato anni di studi e che magari appassionano profondamente noi per i ragazzi sembrano non significare niente o molto poco. Di fronte a questo dato, sembra che la maggior parte degli insegnanti sia diventata incapace di lavorare sulle motivazioni degli studenti, terreno delicatissimo e strategico per tutti quelli che vogliono insegnare se non con successo, almeno con qualche soddisfazione.
Probabilmente, nell'attuale situazione del Paese e nell'attuale situazione organizzativa della scuola dal punto di vista didattico, questo obiettivo non può essere raggiunto pienamente. Abbiamo contro una mentalità diffusa e profondamente radicata che va in senso opposto. Non tanto paradossalmente, lo ha visto con chiarezza una fonte tanto imprevedibile quanto competente, perchè, per ragioni personali, molto vicina alla macchina che ha promosso questo cambio di mentalità e quindi presumibilmente conscia dei suoi meccanismi e dei suoi effetti. “Bisogna specchiarci in questo Paese, vederlo per quello che è in realtà. Un Paese nel quale le madri offrono le figlie minorenni in cambio di un'illusoria notorietà. Un Paese in cui nessuno vuole più fare sacrifici perché tanto la fama, i soldi, la fortuna arrivano con la tv, col Grande Fratello. Che futuro si prepara per un Paese così?”. Così si è espressa, sul Corriere della Sera, Veronica Bartolini Berlusconi (parole raccolte da Maria Latella e pubblicate sul Corsera del 4 maggio 2009).
Nonostante le difficoltà e la presumibile fatica a “sfondare”, alcune cose in questa direzione sono alla portata di tutti noi. Basta solo pensarci ed avere il coraggio di cominciare a provare. Alcune scelte possibili in questa direzione mi sembrano queste:

  1. Arrivare il più possibile all'essenziale dei contenuti delle nostre discipline ed insegnare soprattutto questi, puntando però alla loro comprensione profonda ed alla capacità di applicare in contesti nuovi quello che abbiamo insegnato. In questo modo, possono nascere un apprendimento ed una comprensione che non siano soltanto (come troppo spesso accade) la capacità di ripetizione meccanica ed esteriore di conoscenze o prestazioni, il “possesso-ricordo” di conoscenze o il “possesso-esecuzione” di procedure, ma anche e soprattutto saper pensare ed essere capaci di agire, di fronte a situazioni nuove, in modo flessibile, autoregolato, strategico con ciò che si è precedentemente appreso. La costruzione delle competenze, obiettivo centrale del nuovo biennio, mi pare miri soprattutto a questa dimensione.
     
  2. Far toccare con mano, senza arbitrarietà ma anche senza reticenze, lo stretto legame delle discipline che insegniamo con i problemi di oggi, e quindi in ultima istanza con i bisogni della nostra vita. A volte mi sembra che non consideriamo una cosa degna di essere insegnata se non la facciamo diventare distante mille miglia dalla realtà e se non la rendiamo libresca. Come se gli uomini avessero dato vita alla cultura per qualcosa di diverso dai loro bisogni di sopravvivenza. A volte, quando leggo le cifre della Corte dei Conti sull'evasione fiscale o sulla corruzione (rispettivamente 160 miliardi di euro e 80 miliardi di euro) mi chiedo se la “cattiva” cittadinanza che si esprime in questi fenomeni non nasca proprio tra i banchi di scuola, dall'abitudine di insegnare gli elementi di cittadinanza come pezzi di materia scolastica e non come cose che ti possono salvare la vita. Ora, per esempio, qual è il posto migliore della scuola per imparare gli effetti di una legge elettorale e se questa rispetta o meno il diritto dei cittadini di essere sovrani? E dobbiamo spaventarci ed evitare di farlo solo perchè in Italia è in vigore una legge elettorale che il suo autore ha definito “porcata” e se ne ne analizziamo i meccanismi possono accusarci di fare politica? Questa ed altre paure ci fanno persino dimenticare di insegnare in modo vivo la Costituzione della nostra Repubblica. Per una vita non sono riuscito a capire il valore pratico della ricerca matematica, finchè un giorno non ho letto di un matematico italiano diventato miliardario perchè un algoritmo da lui inventato è essenziale per il funzionamento delle memorie a bolle in certi supercomputer.
     
  3. Far toccare con mano, ogni volta che è possibile, l'utilità di quello che si insegna per la nostra personale sopravvivenza come cittadini soggetti di diritti. Non riesco ad immaginare uno studente che rifiuti di studiare certi argomenti di economia se la conoscenza dello schema di Maddof gli ha fatto capire che la competenza in questo settore può salvare i risparmi della sua famiglia ed impedire a lui di cadere vittima di certe truffe. Così come non riesco ad immaginare uno studente che rifiuti di affrontare certi argomenti di diritto quando gli si dimostri, giornali alla mano, che sulla base della sua ignoranza persone interessate estorcono il suo consenso in modo improprio dichiarando il falso a proposito di uno dei poteri dello Stato, la magistratura (la cronaca torinese delle ultime settimane ne ha offerto un esempio illuminante a proposito delle polemiche sul destino giudiziario della studentessa che ha lanciato un fumogeno contro il segretario generale della CISL). Persino la storia antica, quando consente di mettere a raffronto due modelli di politica di allargamento della cittadinanza, quella della Atene democratica estremamente restia a concedere la cittadinanza e quella della Roma che istituzionalizzava le disuguaglianze ma attentissima a dare rappresentanza ai territori conquistati, in realtà parla del nostro futuro come società chiusa o aperta e ci pone davanti agli occhi che Atene durò meno della metà di Roma. Anche per questo aspetto, sono convinto che, riflettendo, non sia impossibile trovare strade per esempi anche più evidenti ed efficaci di questi.
     
  4. Usare esempi di studenti che, anche in condizioni molto più difficili delle nostre, sono riusciti ad utilizzare la scuola e lo studio come strumenti per cambiare le loro condizioni di partenza nella vita, raggiungendo risultati impensabili. Mi viene in mente, per esempio, il film La forza della volontà, che racconta la storia vera di una scuola media superiore di un barrio a Los Angeles, i cui studenti per primi sono riusciti a raggiungere il college attraverso lo studio della matematica battendo nelle prove di ingresso le più titolate scuole della California. Mi viene anche in mente il film Hurricane, la storia di un pugile vittima di un clamoroso errore giudiziario negli anni '60 (anche Bob Dylan scrisse una canzone per lui mentre era in corso la campagna per far riconoscere la sua innocenza e tirarlo fuori dal carcere). La persona decisiva per tirare fuori dal carcere Rubin “Hurricane” Carter fu Lesra, giovane studente semianalfabeta il cui primo libro letto era stato, per caso, Il sedicesimo round, l'autobiografia del pugile: per il ragazzo questo libro fu l'inizio di un cammino che si concluse con la laurea in giurisprudenza e la professione di avvocato. A cercare, nel cinema o nella cronaca si possono trovare molti esempi in grado di far vedere come i modelli proposti con ossessione dalla tv, artefice prima della mentalità dei nostri studenti, siano miti falsi e piuttosto illusori.

    Gianni Di Pietro, insegnante di italiano e storia nel biennio (1A AFM, 1C AFM, 2A LTG)

    Pinerolo, 22 settembre 2010

credits | contatti | mappa | versione per la stampa | versione ad alta accessibilità | photo gallery | dove siamo
Valid XHTML 1.0! Valid CSS! RSS Linkomm - SEO Web Agency Torino Customizer