dall'articolo del "LA STAMPA" del 25 novembre 2009
"L'ERC, il consiglio europeo delle ricerche, ha assegnato a Chiara Turati ricercatrice dell'Università degli studi di Milano Bicocca, lo "starting indipendent research grant", consistente in 1.208.400 euro per realizzare un progetto quinquennaleper una studio sui neuroni specchio.
Uno dei punti di forza della ricerca è l'interdisciplinarietà: gli psicologi dello sviluppo si occupano di prima infanzia, mentre i neurofisiologi dei meccanismi d'azione dei neuroni specchio negli adulti, in questo caso gli ambiti sono compresenti: ricercatori con competenze in entrambe le aree studieranno i neuroni specchio nei neonati e nei bimbi di 3, 6 e 9 mesi.
Scoperti nei primati agli inizi degli Anni 90 dal neurofisiologo Giacomo Rizzolatti, i neuroni specchio nell'uomo sono oggetto di studi da tempi recenti e il loro nome nasce dal fatto che si attivano per «riflettere» le azioni altrui.
Se osserviamo l'immagine di un volto che esprime disgusto, per esempio, rispecchiamo l'emozione dell'altro attivando i muscoli del viso coinvolti in quell'emozione. Si «accendono» quando compiamo una certa azione, per esempio portare alla bocca un acino d'uva, ma anche quando osserviamo fare lo stesso da un nostro simile.
A parte gli aspetti fisiologici e funzionali di questa categoria di neuroni nell'adulto, non conosciamo quasi nient'altro. In quale fase emergono i meccanismi specchio? O sono già presenti alla nascita? E come si modificano? Fino a pochi decenni fa si pensava che i bambini fossero «tabula rasa», ma non è così: il neonato fa attenzione agli aspetti che sono più consoni alla crescita. «L'obiettivo sarà verificare da quando questi meccanismi sono all'opera e se agiscono secondo le stesse modalità degli adulti», spiega Chiara Turati, che nei 10 anni di lavoro all'Università di Padova ha scoperto che nei primi giorni di vita, così come nei primi mesi, esistono dei processi che portano i bambini a rivolgere maggiore attenzione verso le immagini che rappresentano un volto rispetto alle altre. E' un meccanismo che favorisce l'adattamento all'ambiente, perché permette al bambino di «specializzarsi» nel riconoscimento degli stimoli sociali e di essere in grado, da adulto, di riconoscere in pochi millisecondi l'identità e le emozioni di un volto.
Chiara Turati si è occupata anche della memorizzazione. «Un bambino molto piccolo - racconta - ricorda un oggetto solo se è ben visibile, se si trova tra i 20 e i 50 cm dagli occhi e se non cade esattamente al centro del campo visivo». Questi e gli altri test che valutano le capacità percettive dei più piccoli si basano sul fatto che, quando si fanno vedere un oggetto o un'immagine nuovi, il bambino li guarda e li manipola di più rispetto a quelli che già conosce. Questo atteggiamento è definito «risposta alla novità» e viene studiato attraverso una tecnica chiamata «paradigma dell'abituazione visiva».
«Registreremo i movimenti oculari dei neonati per capire se e come variano nel momento di passaggio da uno stimolo familiare a uno nuovo - sottolinea Chiara Turati -. Con i più grandi ricorreremo a macchine in grado di misurare i potenziali evocati e l'attività elettrica del muscolo». L'analisi permette di osservare in che modo varia l'attività elettrica corticale in risposta a un'azione che il bambino già conosce e a una che non sa ancora compiere. «Invece degli elettrodi useremo delle “spugnette” imbevute di soluzione salina».
Grazie all'elettromiogramma, poi, gli elettrodi misureranno se i muscoli del bambino si attivano in risposta all'azione vista fare a una persona ripresa da una telecamera. «Studi simili sono stati effettuati da Rizzolatti con bambini dai 5 ai 9 anni - precisa Chiara Turati -. Vorrei capire se questi meccanismi si verificano anche nei primi mesi di vita». Potrebbero essere tra 400 e 500 i bambini coinvolti. «Una cosa è certa - conclude la studiosa -: le ricerche vivono grazie alla collaborazione dei genitori e, se sono arrivata fino a qui, lo devo anche a loro».